La storia dei Gallace parte da Guardavalle, nell’area ionica calabrese, e arriva fino a Ferrara. È il percorso ricostruito nell’inchiesta che coinvolge Paolo Brando, ritenuto dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma vicino a Bruno Gallace. L’indagine è ancora nella fase iniziale e le accuse, tra cui traffico di droga, minacce e riciclaggio, dovranno essere verificate nel corso del procedimento.
Il quadro descritto dagli investigatori si inserisce nella lunga evoluzione della cosca. Negli anni Settanta il gruppo era radicato nella faida di Guardavalle, dove nel 1974 si contarono sei morti in pochi giorni. In seguito gli interessi si spostarono verso il litorale romano, tra Anzio e Nettuno, per poi estendersi a Latina, Aprilia e ad altre aree caratterizzate dalla presenza di organizzazioni criminali.
Dai sequestri al traffico di droga
Secondo le ricostruzioni giudiziarie, i Gallace avrebbero reinvestito i proventi dei sequestri di persona, attività centrale fino agli anni Ottanta, nel narcotraffico e nell’acquisizione di attività economiche. Bar, imprese e rapporti con professionisti locali avrebbero consentito al gruppo di inserirsi nel tessuto sociale e imprenditoriale. Le inchieste Appia e Mithos, avviate tra la fine degli anni Novanta e gli anni successivi, portarono al riconoscimento dell’associazione mafiosa e a condanne divenute definitive.
Una nuova fase è stata collegata all’operazione Tritone, che ha contribuito allo scioglimento per infiltrazioni mafiose dei consigli comunali di Anzio e Nettuno. Il procedimento ha riportato l’attenzione sulle relazioni tra criminalità organizzata, attività economiche e amministrazioni pubbliche. Il gruppo, secondo l’impostazione accusatoria, avrebbe inoltre stretto alleanze con altre famiglie della ‘ndrangheta e con trafficanti locali, ampliando il proprio raggio d’azione verso Aversa e il Nord Italia.
La pista ferrarese
È in questo contesto che viene collocata la presenza di Brando a Ferrara. Negli atti dell’indagine si fa riferimento a incontri con amministratori, alla disponibilità di denaro contante e a un interesse per una concessione pubblica legata a un kartodromo. Tra gli episodi citati compare anche la consegna di pane e olio a un assessore durante una riunione. Gli investigatori ipotizzano che l’iniziativa potesse servire a sondare il terreno e a creare relazioni utili per l’operazione.
La Procura aveva chiesto diverse misure cautelari, mentre il giudice per le indagini preliminari ne ha disposte tre. La Direzione distrettuale antimafia potrebbe presentare ricorso e molti aspetti devono ancora essere chiariti. Il fascicolo resta dunque aperto: allo stato, le contestazioni rappresentano ipotesi accusatorie e non una responsabilità accertata. Il caso riporta comunque l’attenzione sul rischio di infiltrazioni mafiose in territori considerati estranei alle storiche aree di radicamento della criminalità calabrese.