Archeologia

Grotta di Bianfu, nuova luce sui Denisoviani

Fossili, utensili e resti animali ricostruiscono frequentazioni durate oltre centomila anni nello Yunnan

Grotta di Bianfu, nuova luce sui Denisoviani

Una sequenza archeologica lunga oltre centomila anni permette di ricostruire abitudini, tecnologie e strategie di caccia dei Denisoviani, una popolazione umana arcaica conosciuta a lungo soprattutto attraverso le tracce genetiche. I dati arrivano dalla Grotta di Bianfu, nella provincia dello Yunnan, in Cina sud-occidentale, e sono stati pubblicati sulla rivista Nature.

Lo studio è stato coordinato da ricercatrici e ricercatori dell’Istituto di Ricerca sull’Altopiano del Tibet dell’Accademia delle Scienze della Cina. Alla ricerca ha partecipato un gruppo internazionale che comprende anche Marco Peresani, professore del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Ferrara e autore senior dello studio, e Davide Delpiano, ricercatore dello stesso dipartimento. I due studiosi hanno contribuito all’analisi dei manufatti in pietra.

La cavità si trova a 2.370 metri di altitudine, sul margine sud-orientale dell’altopiano tibetano. Fu scoperta nel 2019, durante un intervento di ripristino ambientale in un’area interessata da attività estrattive. Il sito conserva resti umani associati direttamente a strumenti in pietra, manufatti in osso e migliaia di resti animali, una combinazione particolarmente significativa per lo studio dei Denisoviani.

I fossili e la lunga frequentazione

Gli scavi hanno restituito sette resti umani: quattro denti, due frammenti di ossa parietali e parte di un radio, attribuibili ad almeno quattro individui. Tra loro c’era un bambino di circa cinque anni e mezzo, oltre a soggetti adulti. Le analisi paleoproteomiche condotte su cinque reperti hanno permesso di identificarli come Denisoviani. I livelli contenenti i fossili sono datati tra circa 167mila e 134mila anni fa.

La frequentazione del sito è però più ampia. Le datazioni ottenute con la luminescenza otticamente stimolata e con le serie dell’uranio indicano presenze umane comprese tra circa 195mila-175mila anni fa e 72mila-63mila anni fa, con una lunga interruzione nella sedimentazione tra alcuni livelli. La grotta consente così di osservare nello stesso contesto la biologia, la cultura materiale e il rapporto con l’ambiente di questa popolazione.

Strumenti, caccia e ambiente

Nel sito sono stati recuperati 1.366 manufatti in pietra, tra nuclei, schegge, strumenti e residui di lavorazione. Le materie prime provenivano in larga parte dall’ambiente circostante e probabilmente venivano raccolte lungo il fiume Yinhe, a circa due chilometri di distanza. La produzione seguiva strategie rapide, con nuclei sfruttati in modo relativamente poco intenso e strumenti rifiniti solo limitatamente. Tra gli oggetti sono stati riconosciuti raschiatoi, denticolati e strumenti con incavi; non è invece documentata la tecnologia Levallois, tipica di alcune aree del Paleolitico medio dell’Eurasia occidentale.

La semplicità delle lavorazioni non implicava inefficienza. Le caratteristiche degli strumenti restano infatti stabili lungo la sequenza, suggerendo un sistema funzionale e persistente. Accanto alla pietra venivano utilizzate anche le ossa animali: ritoccatori e altri manufatti ricavati da frammenti selezionati sono documentati almeno da circa 145mila anni fa fino alle ultime fasi di occupazione, intorno a 65mila anni fa.

Le attività di caccia sono documentate da oltre 64mila resti faunistici, in gran parte frammentati. Cervidi e bovidi sono i gruppi più rappresentati e le analisi indicano una particolare attenzione agli esemplari adulti di dimensioni medio-grandi. Tra le prede figurano rinoceronti, gaur e cervi sika. Fratture, segni di percussione, tracce di taglio e incisioni mostrano che nella grotta venivano lavorate le carcasse e consumati carne, grasso e midollo.

Le analisi dei pollini indicano che il paesaggio circostante era dominato per gran parte delle frequentazioni da foreste di conifere. Nelle fasi più recenti l’ambiente divenne progressivamente più aperto, con aree di steppa e steppa boscata. Secondo i ricercatori, la stabilità delle tecnologie e delle strategie di sfruttamento delle risorse sostiene l’ipotesi che anche le altre testimonianze culturali del sito appartenessero allo stesso gruppo umano.

Per Peresani, Bianfu offre una documentazione contestualizzata della cultura e dei comportamenti dei Denisoviani, andando oltre i reperti isolati finora disponibili. Se l’intera stratigrafia fosse attribuibile alla stessa popolazione, il sito rappresenterebbe una delle sequenze più lunghe associate ai Denisoviani nell’Asia orientale meridionale. Il contributo dell’Università di Ferrara è stato sostenuto anche attraverso il Far 2023.