Alla Festa dell’Unità di Ferrara, ospitata al Baluardo di Santa Maria della Fortezza, Daria Bignardi ha presentato il suo nuovo libro, Nostra solitudine, pubblicato da Mondadori. L’incontro è stato moderato da Giada Zerbini, segretaria del Partito democratico dell’Unione Comunale, con la partecipazione della traduttrice Monica Pavani.
Ferrarese di nascita, Bignardi ha spiegato che il volume nasce da un percorso iniziato anni fa e sviluppato a partire dai temi già affrontati in Libri che mi hanno rovinato la vita e Ogni prigione è un’isola. Questa volta, ha chiarito l’autrice, la riflessione assume un significato più universale. L’idea ha preso forma durante un soggiorno in Vietnam, quando, camminando da sola a Can Tho, sul fiume Mekong, si è imbattuta in un pappagallo parlante e in un venditore ambulante di pateso, pietanza simile al pasticcio di maccheroni.
Un percorso tra incontri e luoghi
Il libro raccoglie una serie di incontri con persone segnate da forme diverse di isolamento e richiama fin dalle prime pagine i versi di Emily Dickinson sulla solitudine dello spazio, del mare e della morte. Il viaggio narrato da Bignardi prende spunto dal precedente Ogni prigione è un’isola e si sviluppa tra esperienze personali, spostamenti e testimonianze raccolte in contesti molto differenti.
Al ritorno dal Vietnam, l’autrice ha raccontato di essere rimasta colpita dalle notizie provenienti dalla Cisgiordania sugli scambi tra prigionieri palestinesi e israeliani avvenuti nel gennaio precedente. Da qui è nata la decisione di partire nuovamente per incontrare alcune delle persone coinvolte e raccogliere le loro storie. Il percorso l’ha condotta anche nei villaggi di Masafer Yatta, resi noti dal documentario premio Oscar No Other Land. Nel libro trovano spazio inoltre Ferrara, la chat familiare che accompagna gli spostamenti e le emozioni dell’autrice e le scene osservate durante il soggiorno in Cisgiordania nell’aprile 2025.
Le storie della vergogna e della condivisione
Tra gli incontri più difficili Bignardi ha ricordato quello con un giornalista di Al Jazeera ferito e in cura in Italia. Durante una cena a Milano, nel periodo del Ramadan, l’uomo le ha raccontato, con l’aiuto di un traduttore, di non riuscire a parlare di ciò che gli era accaduto perché il ricordo lo spezzava.
Un altro passaggio riguarda Caroline Darian, figlia di Gisèle Pelicot, che ha parlato della vergogna legata alla vicenda giudiziaria del padre. Secondo il racconto riferito da Bignardi, per sopravvivere alla solitudine era necessario condividere quella vergogna senza farsene carico in prima persona. La madre, invece, aveva dovuto imparare a occuparsi di sé e a prendere le distanze dal marito.
Nel corso del dialogo è emerso anche il tema della vergogna collettiva di fronte a tragedie e morti, una responsabilità che Bignardi ha collegato anche alla dimensione europea. L’autrice ha parlato inoltre del tentativo di ridurre la propria esposizione ai social e alle immagini continue, ricordando l’infanzia trascorsa in via Darsena, a Ferrara, a leggere l’Enciclopedia Motta dopo la scuola Govoni.
La parola scritta, ha detto Bignardi, resta centrale nella sua vita, pur riconoscendo alla televisione un carattere più corale rispetto alla solitudine faticosa della scrittura. Pavani ha infine sottolineato la presenza degli animali nel libro e nella biografia dell’autrice: dal gatto dell’infanzia al pappagallo incontrato in Vietnam, fino ai gorilla di montagna dell’Uganda, protagonisti di uno dei brani letti durante la serata.