La pressione degli Stati Uniti sulla Corte penale internazionale e le possibili conseguenze per il sistema della giustizia globale sono state al centro della lezione in piazza organizzata da Rete Pace Ferrara. L’incontro si è svolto l’11 ottobre e ha riunito circa cinquanta persone. A intervenire è stata Alessandra Annoni, docente di Diritto internazionale all’Università di Ferrara, che ha analizzato le nuove sanzioni adottate dall’amministrazione Trump contro il tribunale per i crimini internazionali.
La pressione americana sulla Corte
Secondo Annoni, per costruire la Corte penale internazionale sono stati necessari più di cinquant’anni, mentre il rischio è che bastino pochi mesi per comprometterne l’attività. La docente ha definito agrodolce la giornata in cui è stata annunciata l’assegnazione del Nobel per la Pace 2026 a Navanethem Navi Pillay, giurista sudafricana impegnata nella lotta all’apartheid e poi ai vertici dei tribunali internazionali.
Alla notizia del riconoscimento, interpretato come un tributo a chi ha dedicato la propria vita alla giustizia internazionale, sono seguite le nuove misure punitive statunitensi. Annoni ha ricordato che Washington aveva già fatto ricorso a strumenti analoghi dopo l’emissione, da parte della Corte, dei mandati di cattura nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant. In precedenza, le autorità americane avevano reagito anche all’indagine della Procura sui presunti crimini internazionali commessi in Afghanistan, sia dai talebani sia da cittadini statunitensi.
Il ruolo dell’Europa
Per l’Unione Europea e per i suoi Stati membri, Italia compresa, la situazione rappresenta un banco di prova. L’Italia ha infatti ospitato l’elaborazione dello Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Corte. L’obiettivo, ha spiegato la docente, dovrebbe essere quello di impedire che le sanzioni americane producano effetti tali da ostacolare il funzionamento dell’istituzione internazionale.
Secondo Annoni, esistono ancora margini di intervento. Il provvedimento sanzionatorio prevede infatti eccezioni temporanee e stabilisce che alcune misure entreranno pienamente in vigore soltanto nell’aprile 2027. In questo intervallo, l’Europa potrebbe utilizzare il regolamento di blocco, pensato per evitare che le sanzioni statunitensi abbiano conseguenze indirette sulle imprese che operano nel continente, oltre ad attivare altri strumenti diplomatici e politici.
Una risposta europea insufficiente, ha avvertito la docente, avrebbe effetti che andrebbero oltre il caso palestinese e la possibilità di portare davanti a un giudice Netanyahu o Gallant. La Corte si occupa infatti di procedimenti relativi a crimini commessi in diverse aree del mondo, in una fase storica in cui il diritto internazionale e le sue istituzioni sono sottoposti a forti pressioni. Per questo, ha concluso Annoni, difenderne l’operatività significa garantire alle vittime di reati e crimini gravi la possibilità di ottenere giustizia.